foucault

Ho visto l'alba stamattina, non riuscivo a dormire. Com'era? Nella media

esercizi di stile

Era uno di quei tiepidi ottobre di Napoli, o forse già novembre tanto che cazzo te ne fotte, quando Lorenzo decise di mandare a puttane il suo talento.

“A me della Moratti nun m ‘n’fott nu cazz. Ca stamm cumbatten pa’ class operaj”. Detta così, sulle scale di Palazzo Giusso, tra la biblioteca di filosofia e politica e le aule di lingue, la frase era uno sputo catarroso di manierismo teorico e ottusità storica. Lorenzo avrebbe dovuto lottare per zio Tonino, due baffi, il gilé e la camicia azzurrina, la panda, ferragosto in calabria e la tredicesima a natale. Per Gigino, la domenica alla Snai e i figli devono studiare. E per Raffale. Mi sbottono la camicia? Posso chiudere? Devo firmare qua, sotto la scritta vigili del fuoco? E la prossima volta quando devo venire? E adesso posso rientrare in servizio? E quanto mi manca per andare in pensione?

Fu lì che Lorenzo decise di scaricare il curriculum formato europeo, di mettersi la giacca sui jeans perché si capisse che non era uno di quelli che sfoggiano menefreghismo di seta pregiata, ma neanche un di quei mariti impazienti che giurano sull’altare del contratto fiera condivisione della mission aziendale e allegra disponibilità a sforare gli orari di lavoro, e fece il colloquio emotivamente meno coinvolgente della sua vita, per una cosa che aveva abbandonato appena due anni prima, presa la noia di petto una sera in tangenziale che a momenti non si schiantava contro il guard rail.

Dopo sei mesi, la Grande Crisi aveva cambiato il mondo, e il mondo aveva sfibrato Lorenzo. Se la più famosa pop star cinese avesse organizzato il superconcerto solidale trasmesso in galassiavisione per chiedere a FMI e BCE la cancellazione del debito dei paesi europei, Lorenzo averebbe continuato alla sua piccola scrivania ad assemblare parole e parole per scrivere l’ennesima storia dell’azienda leader nel settore che, con sagace intuizione, conquista il mercato e la gloria nei secoli dei secoli.

In una coazione a ripetere tanto confortevole nella sua alienazione senza scossoni e instabilità che Lorenzo vi avrebbe potuto passare tutta la vita fino alla pensione, passando per il mutuo, i figli, le scopate con l’amante, l’infarto al calcetto e il sipario finale.

Ma questa non è la storia di una giovinezza ribelle che diventa placida con il progredire naturale della vita, né di quel lirismo titanico che si congeda dal mondo per preservare la sua purezza in una capsula di solitudine.

Questa è un’altra storia. Quando mi andrà di raccontarla.

intercettami, lubrico.

- ti devo dire un segreto segretissimo. Ho letto le prime due righe dell’arcobaldo, ho visto il suo stortiloccolo e ho scritto spingola! Del resto se l’ha pugalicato è perché voleva sentirselo dire, no? Ti giuro che se scrivi questo sul blog ti taglio il pesciolino.

- questa B. vezzosamente sboccata mi piace moltissimo.

- ma che hai capito!

- che se scrivo qualcosa di questa conversazione sul mio blog mi tagli il pesciolino. Eddai, dici un’altra volta pesciolino.

- pesciolone!

- ma perché? Hai rovinato tutto. Pesciolone è da porca. Pesciolino sembrava Fellini.

voja de sceneggià, sartame addosso. struttura tu, che io mo’ non posso.

Uno schifio: spunti lasciati in sospeso, personaggi abbozzati, situazioni gratuite.

Non puoi chiudere la puntata su due lolite che infilano a tradimento la mano nei pantaloni e poi non tirare l’esca. Non puoi.

Non mi puoi presentare brad pitt col baffo posticcio e farmelo scomparire per i tremila episodi successivi. Insomma, nella quarta stagione di Californication si campa alla giornata in attesa di questa dannata sentenza. Che poi è una martellata sui coglioni narrativi di proporzioni epocali: se lo fai assolvere, va tutto in vacca. Se lo fai condannare, poi voglio vedere cosa ti inventi per evitare il si-è-rovinato-con-le-sue-mani, non fatelo a casa, ragazzi.

La storia, voglio. La storia.

Se non fosse per i dialoghi brillanti, l’avrei già lasciata perdere.

Ps. però l’autocitazione della Showtime coi poster di Weeds e Dexter mi ha fatto godere.

mai lasciare che la verità rovini una bella storia

recensione serie Boardwalk Empire

Arrivato a metà della prima stagione di Boardwalk Empire ho pensato seriamente di smettere perché la serie, mi sono detto, soffriva di letterarietà.

È vero che il proibizionismo non è più, e forse non è mai stato, un materiale storico grezzo su cui mettere le mani, ma un immaginario letterario e cinematografico fatto di gessati, mitragliette Thompson e feste clandestine, per cui è naturale andare un po’ per citazioni, soprattutto quando hai fatto la storia del cinema gangster. Però la vicenda di Jimmy che si innamora della puttana più bella del puttanaio, la quale però viene sfregiata irrimediabilmente per una vendetta trasversale e finirà per uccidersi – perduta ormai ogni proprietà passibile di mercato – mi sembrava davvero l’ultima soglia di noia accettabile. Oltre ci sarebbe stata la presa per culo.

Invece, a poco a poco, con quel ritmo languido e compassato che Mad Men ha imposto ormai al drama serial, con quei lampi di riflessione metaletteraria sul racconto, la verità e la storia, con quella antologia di personaggi mitologici, una fotografia e certi movimenti di macchina che ti fanno maledire lo spazio e il tempo per non esserti messo lì fin da piccolo ad imparare a fare cose così, la serie mi ha conquistato.

Perché in questa Atlantic City degli anni ’20 c’è la grandezza mitica di quei bassorilievi nei quali i Greci affrontano i Persiani o dei racconti biblici in cui Lot resiste con mille fatiche alle seduzioni di Sodoma. Sulla scena del proibizionismo vediamo gli italiani sfidare gli dei irlandesi, falsi colpevoli venire gettati in pasto all’opinione pubblica, repubblicani spartirsi appalti coi democratici, il denaro rendere possibili vendette impensabili per i rapporti di forza razziali esistenti, mogli angosciate rifugiarsi in Parigi della mente.

E di fronte a questa grandiosa epica del potere che mi veniva sceneggiata sotto gli occhi, mi sono stato.

intercettami, stupido.

 

Amanda Lepore fotografata da LaChapelle

- stupendo, è un mito questa donna

- ma come fa? alla fine che contratto?

- è una che sta bene col suo corpo. Ma non ti ho aggiornato? L’ho firmato. Contratto 6 mesi, 600 euro a luna nuova. E oggi ho litigato con la capa. Si ostina a dire che devo aprire le fanpage senza associarla ad account-persona, ma fb non me lo fa fare

- dai allora festeggiamo

- appena vieni. Ma tu che hai fatto? stai ancora dai cinesi? hai rifiutato il posto che ti ha trovato il tuo boyfriend?

- sono in silenzio stampa, non parlo più della mia situazione lavorativa. Per di più mi sento assediata psicologicamente. Il mio capo è un concentrato di A., M., C. e un’altra persona che non nomino

- ma dagliela, così ti fa capo esecutivo

- “N. cosa vuoi mangiare oggi per pranzo?” “Voglio mangiarti e berti per colazione, pranzo e cena, ti farei scoprire cose che nessun uomo al mondo ti hai mai fatto scoprire”. Calcola questo per 8 ore su 6 giorni lavorativi. Aggiungici ogni giorno 15 sms sparsi e 10 mail serali. Ho inventato pure che il mio ragazzo è geloso peggio dei siciliani, ma questa cosa l’ha infervorato di più, lo intriga. Voglio lavorare solo con gay, come devo fare?

- ma Laetitia Casta quanto è bella? ho appena perso la testa davanti ad uno spot. Scusa, fallo picchiare dal tuo fidanzato. Ti annuncio che A. è alla frutta. Ha appena aggiornato lo status

- cavolo, come ho fatto a non pensarci prima? Sì, stanno lavorando fino alle 11 di sera. Aladin vuole parlare con Genio perché ha detto che non ha più una vita privata e nemmeno per 4000 euro vuole continuare così. Ha detto – testuali parole – preferisco guadagnare 1000 euro al mese, ma avere tempo per me stessa. Ora le propongo uno scambio di vita

- onori e oneri spettano al tuo fidanzato. Ma fatti mantenere da lui per un po’. Cazzo, ho appena scoperto che la mia capa ha ragione. Adesso me l’ha fatta aprire la fanpage, ‘sto schifo di sito

- certo, sicuramente. Già che ci sono faccio un figlio, che dici?

- ma io direi di sì. Sappi che al bambino spetta il mio nome. Pensa alla grande clessidra di Damocle che ti pende sulla testa

tic tac tic tac tic tac tic tac tic tac

- ma se fino a un mese fa mi dicevi “sei tu che ti senti vecchia, che pensi di essere arrivata al limite”. Ora piango

- io? Ma Nina Moric è diventata un mostro

- e perché hai visto la Ventura? voto 10 per Belen

- Belen 110: è bella, brava, intelligente, bella, spiritosa, spigliata, bella, intonata, sensuale, spontanea, bella, capace, ironica, brillante, bella, e mi sto contenendo. La Ventura sembra Mickey Rourke. Pure la Nina. E pensare che quando fece il video di Richy Martin era belenissima.

- sei un copy fatto, sappilo.

- comunque questa conversazione va dritta sul mio blog

- ma perché non vieni a vivere a Londra?

- se mi prende la Rowling a fare l’assistente, vengo

- hai mandato il cv? come pretendi di vincere la lotteria se non giochi?

- ancora col sogno ammerigano. Sei irrecuperabile. Comunque non ho capito perché abbiamo chattato per email. Boh. Io mi ritirerei nel fodero perchè domani c’ho 8 articoli da scrivere sui c., 4 blog da aggiornare sul g., i testi di G. da tradurre, i social di 40 clienti da far cinguettare, 4600 pay off da inventare e dare creatività, valore aggiunto, pane amore e fantasia alla mia azienda.

buonanotte

- anche io c’ho da dare pane, amore e fantasia al mio capo

- posso dire una cosa? sei diventata una truce doppiosensista.

- ma ormai quello parla solo di sesso, come devo fare? Oggi mi ha rivelato che lui dura parecchie ore, ma non ha specificato. Ti giuro, non hai idea di quanto mi manchi M.: sguardo dall’alto verso il basso e per piacere chiudi la porta quando esci

- ore? ma non sconfina nell’abrasione?

gli occhi del cuore 3

luca e paolo sanremo 2011

Io parlo della locura, Renè, la locura; la pazzia, che cazzo, Renè, la cerveza; la tradizione, o merda, come la chiami tu, ma con una bella spruzzata di pazzia; il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes, in una parola: Platinette. Perchè Platinette, hai capito, ci assolve da tutti i nostri mali, da tutte le nostre malefatte; “sono cattolico ma sono giovane e vitale perchè mi divertono le minchiate del sabato sera”, è vero o no? Ci fa sentire la coscienza apposto Platinette. Questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette mentre fuori c’è la morte; è questo che devi fare tu, Occhi Del Cuore sì, con le sue pappardelle, con le sue tirate contro la droga, contro l’aborto, ma con una strana, colorata, luccicante frociaggine, smaliziata e allegra come una cazzo di lambada; è la locura, Renè, è la cazzo di locura, se l’acchiappi hai vinto.

Boris 3

dio odia le serie. dalla terza stagione in poi.

californication - hank moody

Ho appena finito di vedere il pre-air della quarta stagione di Californication. Ho approcciato la puntata con un po’ di scazzo perché la terza stagione è stata una chiavica. Hank che gira a vuoto per dodici puntate di fila: nessun naufragare nel mare di figa che il cor non spaura, nessuno sforzo di costruzione narrativa, solo una collezione di scopate a fare da specchietto per le allodole e qualche scambio di battute d’artificio, Collini, out!

Trattato come l’ultimo degli apprendisti spettatori di serie tv. Non vi perdonerò mai, oh sceneggiatori, per esser stato sedotto e abbandonato da una prima stagione bellissima, con quella patina di controcultura, magliette all’acido e riferimenti letterari che riesce miracolosamente a non scadere nell’inutile riproposizione della formula sesso-droga-rock’n'roll, ma è calata nella contemporaneità dei blog, dell’industria culturale e di Hendrix su GuitarHero. Ti guardi questa prima stagione e non fai neanche in tempo ad andare appresso a tutte le citazioni che ti ritrovi a sperare che la storia abbia un lieto fine. E subito parte la pippa metanarrativa sulla liceità del vissero-felici-e-contenti, perché no, mica noi che abbiamo perso la verginità con un’infinità di rubik narrativi, noi che abbiamo visto andare a puttane idee, generazioni e rivoluzioni, mica noi possiamo ancora credere a babbo natale. Ma la prima stagione di Californication è questo: una consapevole avvincente temeraria messa in questione dell’happy ending. E in questa prospettiva va collocato il bellissimo finale, che non è affatto la chiusa conciliante che si deve allo spettatore di fiscion pasta e fagioli, ma il racconto che si fa beffe del cinismo della realtà. Il capriccio impertinente dell’immaginazione di fronte al determinismo negativo degli eventi. Un gesto anarchico di libertà. Lo so che non mi credete, per farvi convinti, se la trovassi sul tubo, vi agevolerei il filmato di quella scena in cui c’è Becca sul divano che chiede ad Hank se la storia con la mamma avrà il lieto fine ed Hank risolve dicendole che, anche se non succedesse (come in realtà, nella realtà, avviene), non è assolutamente insensato volerlo.

Veniamo così alla seconda stagione, dove si tratta in sostanza di fare i conti con l’happy ending, che il lieto fine dovrebbre venire alla fine della storia e dopo quello tutto un silenzio di soddisfazione attorno; e se vuoi proseguire con una seconda stagione, perché la prima ha avuto successo, e la rete non sta nei panni, e gli inserzionisti premono, e i critici si compiacciono, e i feticisti feticizzano nei forum e nei socialini, tu mica gli puoi spiegare che le ragioni del racconto sono altre, che quando cenerentola e il principe si sono sposati, poi nessuno si è fatto i cazzi loro a palazzo, i due se ne sono andati nella carrozza e il mondo è stato felice. E invece no, tu, Tom Kapinos, o chi per te, ti sei messo lì, e hai dovuto affrontare la felicità. E povero te, non ti biasimo affatto, era un’impresa mica da poco. A domandarlo alla narrazione, Californication sarebbe dovuto morire di rigurgito nella culla. Però, comunque, devo dire che il risultato della seconda stagione non è stato tanto male: certo, non è come nella prima stagione che tutto è mantecato alla perfezione, alcune situazioni tradiscono gratuità, c’è qualche scopata per le allodole di troppo, qualche momento di stanca, però il risultato finale non è malvagio. E la scena del muro di vagine che si materializza nel cielo dell’immaginazione del pornoregista ollivudiano resta.

Il nulla a neve è montato, come dicevo, nella terza stagione. La scopata, da che era forma, diventa contenuto: Hank di qua, Hank di là, Hank di giù, Hank di su, pronto prontissimo, è come un fulmine, è lo scopatore della città, la-la-la-la-la-la-la-la-la.

La quarta stagione: la prima puntata è servita un po’ ad azzerare il racconto e tornare alla casella di partenza, forse però con un’aggravante: John e Yoko sono tornati a schifarsi perché essa ha saputo che isso ha fatto il polanski con Mia. Però stavolta pure quel metro e mezzo di comprensione e consapevolezza della figlia lo ha mollato. Ce la farà il nostro eroe a riconquistare l’amata principessa dopo la Suprema Cazzata? Guardate, non ci ho pensato a come il compitino possa essere svolto in maniera convincente senza manierismi o sbavature e non ci voglio nemmeno pensare, ma quella specie di Brad Pitt coi baffi finti che ho visto nei promo, solo la figura, mi deprime assai.

siate soggetti come vi pare. andrete a mare con tutti i panni.

Avviso ai lettori: questo post è lunghissimo. Forse non è neanche un post. Io, su internet, non leggo niente che superi lo spazio visivo di una-due scrollate di mouse. Scrivere di più lo trovo ingenuo, nel migliore dei casi; strafottente, nella maggior parte di essi. Ma questo post è dedicato ad una cosa cara. Sarebbe bene che ve lo copiaste in pdf o epub per sorseggiarlo con disposizione d’animo sulla poltrona che vi piace tanto. Prometto solennemente di non farla mai più così lunga. Vi metto le figure per dare fiato alla fatica. Potete guardare solo quelle.

Con questo primo post voglio inaugurare una rubrichetta che spero di onorare di tanto in tanto e a cui darò il nome di filosofia cotto e mangiato. Si tratta di una rubrica di bolo filosofico da digerire con facilità, un piccolo pensatoio privo di quegli infiocchettamenti retorici dei vendola cresciuti in facoltà. Con questo post vi racconto in volata la mia tesi di laurea, quella tesi che se avevo capito che non lavoravi (ma chi ha mai detto il contrario, reverendissima professoressa?) mica ti avrei fatto fare soltanto i duemilacinquecento corsi di Foucault al College de France, ma minimo minimo un altro paio di cristi col dolcevita scuro, così, perché all’inutilità si addicono i monumenti. Intendiamoci: Foucault ha scritto cose che lette ti mettono una smania addosso incredibile, che ti andrebbe di scrivere, commentare, mettere le mani a coppa attorno alla bocca per far correre la loro eco il più lontano possibile, però i corsi al College de France sono tra le cose più spappolafegato che io abbia mai letto, piene di giri e circumnavigazioni, pietre buttate e manine nascoste. La minchia a fette, insomma. Prendi Nascita della biopolitica, esempio insuperato di coito interroto (a voglia a cercare qualcosa sulla biopolitica, tutto il corso è una lunga sessione di inculamento critico del liberalismo, molto godurioso però).

La mia tesi, dunque. Argomento: non ho mai capito bene cosa sia questa estetica della soggettività, caro Foucault, per cui quando mi trovo a parlare nei socialini non so mai se pigliare le parti tue che nessuno ha capito niente del compagno mio o fare spallucce concludendo che, se si tratta di sfondare, il tuo piccone è smagliante e impietoso, ma quando viene il momento di costruire, pure tu sei faccia spaesata e mani a padrenostro. Insomma, posto che il soggetto è una derivata del discorso e il prodotto del potere, che è strutturato dal linguaggio e dalle pratiche materiali che definiscono i confini di un determinato orizzonte storico di possibilità, come pensiamo la coppia divenire/struttura al di fuori di una logica dialettica? Come rilanciamo l’azione? Come pensiamo la libertà? Quale occasione migliore della tesi, Miche’, per mettere in chiaro le cose tra me e te.

A tutte queste belle domande Foucault risponde, tra la fine dei ’70 e i primi ’80, con i giochi di soggettivazione.

Cominciamo a dire che con pratiche del sé, estetica della soggettività, giochi di soggettivazione, Foucault non intende l’esercizio di una generica libertà di espressione o una sorta di individualismo estetizzante che, nella trasgressione sistematica del divieto, incapperebbe nella liberazione del desiderio, nella restaurazione dell’ordine naturale del corpo o nell’acquisizione dell’astratta libertà del me ne fotto. Foucault non è Sade che scopre la virtù in fondo al buco nero di un culo, né uno di quelli che la verità del corpo contro la falsità della coscienza. Per estetica della soggettività Foucault intende quella specifica pratica della verità che produce soggettivazione attraverso l’assoggettamento all’altro, cioè niente di più, niente di meno che il dispiegamento del conflitto per il riconoscimento all’interno dello spazio discorsivo critico della pratica spirituale della verità. Che? Cosa? Pratica spirituale della verità? Allora, per il Foucault prima maniera, ma anche per quello seconda, il soggetto è essenzialmente assoggettamento: assoggettamento alle regole di costruzione della verità, assoggettamento ad una richiesta di comprensione, assoggettamento al gioco di riconoscimento dell’identità, assoggettamento ad un logos che, sia che si tratti dell’ordine del discorso che della razionalità di procedure, è sempre Altro. Insomma, posto “assoggettamento” riempire a cazzo lo spazio bianco successivo. Per il Foucault terza maniera, invece, il soggetto può diventare, nello spazio etico dell’elaborazione di sé, valorizzazione della differenza. Ma come può essere che dalla cacca nasca un fiore? (sostituire cacca con potere, fiore con libertà). Può succedere se il processo di costituzione di sé come soggetto, in breve la soggettivazione, diventa una particolare circostanza di relazione e di enunciazione. Come avviene nella stilizzazione classica dell’eros e nel rapporto del soggetto antico con la verità: quindi eros e parresia, L’uso dei piaceri ed Ermeneutica del soggetto, l’educatore classico e il saggio stoico, Socrate e Seneca.

L’eros antico racconta di una modalità di soggettivazione che non è soltanto assoggettamento, ma anche libertà. Precisazione: quando si parla di eros, nella dolce chiara Atene senza vento, si parla di una situazione relazionale specifica, quella tra un uomo adulto, già formato, centrato su di sé, l’erastes, e il giovane in formazione, l’eromenion, alle prese con il difficile compito di imparare a condursi. All’uomo-e-donna ci pensa la natura con le sue matematiche e le sue tassonomie, all’uomo-e-uomo dovrà pensarci l’uomo inventandosi una bella geometria. Preghiera: quando vi trovate di fronte a uno che vi fa della pederastia greca la dimostrazione sfolgorante di quell’età dell’oro in cui il desiderio non doveva chiedere il permesso a nessun vaticano, in cui i ricchioni potevano correre felici sui prati per fare il girotondo intorno al mondo, beh, fate un passo indietro, caricatevi a molla e prendetelo a testate negli stinchi. A parte il fatto che, nell’antichità, quella tra adulto e giovane era una relazione ritualizzata da tutto un sistema di obblighi morali e convenzioni sociali, ma cosa ancora più importante è che Atene non è Sodoma: Atene non è l’eccesso che risarcisce la volontà frustrata, Atene è il sogno olimpico della misura e, nello specifico della relazione erastes/eromenion, della misura da trovare alla relazione tra due libertà, tra una libertà formata e una libertà in potenza che, nel diventare oggetto passivo d’attenzione, deve essere accompagnata verso la sua attualizzazione, cioè verso un percorso di soggettivazione. Ora, l’estetica che governa la relazione tra erastes ed eromenion impone che su entrambi i versanti dell’amore bello e giusto ci sia libertà, soggettivazione e verità: il tempo dell’eros deve esser scandito dall’iniziativa del soggetto attivo nei confronti di quello passivo, dalla costituzione di quest’ultimo come soggetto attivo padrone di sé e, infine, dal rispecchiamento reciproco di queste due libertà così formate nelle acque placide della philia. Dall’assoggettamento alla relazione d’amore l’eromenion deve uscire soggetto. Il motivo per cui, quindi, negli anni ’80 Foucault si fissa con l’uso dei piaceri dei greci è che vi scopre una modalità di relazione segnata dalla reciprocità; una reciprocità, però, non inscritta fin dall’inizio nel rapporto, ma costruita sul riconoscimento dell’altro che ad un certo punto fa irruzione in una relazione che è inizialmente un gioco asimmetrico tra potenze diverse (portare con sé questa avvertenza fino alla fine del post).

Vediamo ora la parresia, il parlar franco e sincero a cui il saggio stoico deve attenersi se vuole insegnare al discepolo la virtù. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una relazione, quella tra maestro e discepolo, che è una relazione di potere. Non c’è bisogno di spiegarlo: io, che sono la chiarissima professoressa, so; tu, che sei lo sfigato che ha deciso di prendersi la laurea, non sai; io parlo, tu ascolti. E non c’è motivo che io ti dia una capata in bocca se cadi in fallo, basterà che tu ti senta scemo. Come abbiamo visto succedere nel gioco amoroso, però, anche qui si produce quel capovolgimento assolutamente gratuito, contingente e inaspettato che apre al riconoscimento dell’altro e al rispecchiamento tra uguali. Gratuito perché la parresia, dice Foucault, non è un etica del discorso, ma “un’etica del rapporto verbale con l’Altro”. Testuali parole, se non mi credete controllate a pagina uno-quattro-sette di Ermeneutica del soggetto. Mai tentativo di far slittare un significato sulla china di una differenziazione linguistica fu più velleitario. Per Foucault la parresia non sarebbe un’obbligo di verità imposto fin dall’inizio agli attori del discorso, altrimenti ci troveremmo sempre di fronte ad un assoggettamento, ma una certa astuzia pratica del maestro nell’indirizzare il discorso verso la soggettivazione dell’altro. Se nel discorso ordinario si tratta dell’adeguamento di chi ascolta alla verità di chi parla, nella parresia chi ascolta è condotto verso un percorso di soggettivazione. Questo fa sì che gli oneri della verità, cioè le condizioni alle quali è possibile produrre discorso vero, ricadano tutte soltanto sul maestro, il quale dovrà dimostrare di saper comprendere la posizione rispettiva degli interlocutori e la dinamica dei loro spostamenti all’interno della situazione discorsiva in cui viene detta la verità; e dovrà onorare il debito di coerenza tra la parola e l’azione: la verità che dice dovrà rispecchiarsi nell’azione che compie. Al discepolo, invece, tutto il divertimento: su chi ascolta la verità non potrà avere gli stessi effetti di costrizione patiti da chi prende la parola, vogliamo che lui diventi soggetto, no? Quindi per lui l’appropriazione della verità avverrà non come assoggettamento ad una richiesta di comprensione o di adeguamento al senso di ciò che viene detto, ma come trasformazione di sé. Gli esercizi di verbalizzazione e memorizzazione attraverso cui il discepolo stoico fa sue le massime del maestro trasformeranno i logoi, le proposizioni fondate secondo ragione, in habitus del soggetto. Ecco qua che la pratica della verità non è assoggettamento al logos, ma logos che si fa ethos, verità che diventa soggettivazione, pratica spirituale della verità. Foucault è sul pizzo dell’Everest: ha capovolto il potere in libertà, l’assoggettamento in soggettivazione, l’esclusione originaria della differenza nel riconoscimento dell’Altro.

Ma. C’è sempre una ma: l’avversativa è come la merda nella terra, fa fruttare il ragionamento. L’eros classico e la parresia ellenistica, abbiamo visto, disegnano per Foucault la possibilità di giochi di soggettivazione che, nel rimando circolare tra verità e potere, aprono una breccia in cui l’altro non è più consumato come mezzo, ma preso in un gioco di riconoscimento. Nello spazio di antagonismi locali e reversibili vengono consumati costumi, regole, prassi istituzionalizzate, dispositivi costrittivi e tutto ciò che è potere grazie a riconoscimenti puntuali e dispersi tra termini che rimangono non dialettizzati. La spina nel culo di Foucault è Hegel: il riconoscimento identitario (io, te, io picchio te, io voglio bene te perché tu uguale a me) è la logica stessa dell’assoggettamento e del potere. Configurando il conflitto come una contraddizione logica, cioè come l’opposizione tra termini che non sanno di essere uguali e quindi come opposizione che sarà tolta dal movimento di totalizzazione di una razionalità che opera fin dall’inizio come legge di risoluzione del conflitto tra le parti, la dialettica inscrive ab origine la differenza nell’identità, che è quindi già sempre differenza assoggettata, tant’è che figura soltanto come momento negativo del farsi della totalità. Per avere libertà bisogna in qualche modo far saltare la chiusura dialettica dell’identità riattivando continuamente il conflitto. La differenza vive come la ragione di una singolarità, il diritto di una ragione singolare giocato contro il riconoscimento nella Ragione universale, ovvero come ragioni singole che sfavillano in istanti di riconoscimento. Insomma, siate soggetti come vi pare nello spazio etico dell’amicizia, dell’amore, del sesso e in tutto ciò vi può venire in mente come modalità di relazione non istituzionalizzata; tanto basterà a fare, se non il paradiso in terra, almeno un mondo nuovo. E non ci sfrantumate ogni cinque minuti con la menata illuministica della discussione, del dibattito ragionevole, del rispetto delle voci, della conciliazione delle parti: non c’è accordo possibile con l’Altro; la sintesi prodotta dall’agire comunicativo è sempre la ricomposizione conseguente ad una originaria divisione della ragione, e quindi sempre la risoluzione dialettica di un’opposizione logica tra termini che condividono fin dall’inizio un logos comune; ma qui, mio caro Jürgen, non si sta parlando di mettere d’accordo io e te che condividiamo già lo spazio comune del noi, ma di mettere in relazione ioe il pazzo, io e l’assassino, io e il sodomita, ioe l’Altro radicale. Ah, e non parliamo dell’opzione movimento reale che abolisce lo stato di cose attuale che come lontanamente ti viene in mente una risoluzione definitiva del conflitto che sarebbe soltanto un altro assoggettamento identitario? Quindi: molti al di là dell’uno, sistemi plurimi di verità-potere, moltitudini di differenze che brillano in focolai di conflitti mai risolti.

Ma, se nella logica dialettica del riconoscimento il diritto della differenza può essere fatto valere nella rivendicazione dell’appartenenza ad una comunità etica più comprensiva che fa giocare il disconoscimento come dis-senso tra uguali (no, scusami se ti ho sputato in faccia, non avevo visto che eri un uomo), in un conflitto che non è l’attualizzazione di un’opposizione logica sullo sfondo di un identità da venire non si dà nessuna apertura possibile al riconoscimento, anzi non si dà proprio l’attualità del conflitto. La differenza, in uno schema non dialettico, è un’esteriorità assoluta, un fuori esterno non soltanto al dentro della rappresentazione, ma allo spazio della rappresentazione in quanto tale. Due termini, per essere differenti, necessitano di uno spazio di identità in cui il loro differenziale sia misurabile e la loro opposizione sia rappresentabile. Allora, in una situazione del genere, non si pone mai la questione dell’opportunità del riconoscimento dell’altro, semplicemente perché questi non esiste nell’ordine civile dell’esperienza, non appartiene al regine di visibilità costituito (avete presente cosa erano i plebei per i patrizi, i selvaggi per i gesuiti, gli ebrei per Hitler e tutti gli incivili e i senza nome della storia che hanno avuto la sciagura di imbattersi in uno dei soldatini della Ragione, dell’Umanità, della Scienza, del Progresso o della Civiltà?). Senza il rimando ad una scena di comunità conflittuale in cui rendere visibile il non-rapporto non c’è possibilità di dispiegare il conflitto e senza l’articolazione di un logos comune in cui far valere le ragioni dell’esteriorità la differenza resta muta, impotente e senza riconoscimento possibile, neanche momentaneo, episodico o puntuale. Per pensare il riconoscimento in una logica non dialettica c’è bisogno di un’estetica della manifestazione che ci spieghi come un incommensurabile, che non è contemplato nel logos dell’esperienza, possa manifestarsi come istanza di enunciazione e articolare una richiesta di riconoscimento. Chiaramente tutto ciò può avvenire solo grazie ad una profonda riorganizzazione dell’ordine dell’esperienza intorno a regimi di visibilità nuovi. Ma questa è un’altra storia.

In conclusione, il riconoscimento che Foucault pensa si produca nei giochi di soggettivazione dell’eros e della parresia non è altro che il riconoscimento della dialettizzazione identitaria assicurato fin dall’inizio dalla presa in carico dell’altro. Per quanto Foucault si sforzi di distinguere, spiegare e sottilizzare, non si può non vedere che la parresia è nient’altro che un’etica del discorso in cui, come nella pratica di una ragione comunicativa, il riconoscimento dell’altro è iscritto fin dall’inizio nella situazione di parola come sua necessità strategica. Per quale motivo il saggio dovrebbe accettare di sottostare alla pesantezza costrittiva del dir vero o il soggetto attivo dell’amore dovrebbe sottomettersi a tutto il complesso rituale di stilizzazione previsto dalla morale classica se non avessero già deciso fin dall’inizio di farsi carico delle ragioni dell’altro, di rispettare la sua libertà, di trattarlo come fine e non come mezzo? Se non si stessero già specchiando nella virtualità di un’identità in potenza, in un discepolo che dovrà diventare maestro, in un giovane che dovrà diventare adulto? Mi spiace, Foucault: Hegel ti sorprende da dietro quando meno te lo aspetti.

Caro amico Foucault, questo è quanto. Ti ho scritto così, per distrarmi un po’. E siccome sei molto lontano, il primo post ti ho scritto oh.

fai presto, sta iniziando